Parliamo di uno dei disagi psicologici più attuali e frequenti, legati alla crisi evolutiva adolescenziale: il ritiro sociale, chiamato hikikomori (dal termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” o “isolarsi”), un fenomeno molto complesso che vede coinvolti adolescenti e giovani adulti.

Dietro questa parola c’è un universo di dolore, incomprensioni e silenzi. Solitamente gli individui che ne sono afflitti rifiutano la comunicazione con l’esterno e in casi estremi anche con la loro famiglia, usano Internet in maniera compulsiva e si attivano solo per affrontare i loro bisogni fisici primari. L’impiego del loro tempo è quasi totalmente orientato a un’assidua attività sul web, che va ad anteporsi alle relazioni, isolandoli da tutto il contesto sociale.

Tra le cause che originano questa grave problematica possiamo annoverare: la vergogna verso i coetanei, l’impotenza verso tale situazione di annientamento, la forte fragilità psicologica, la depressione, l’ansia sociale, l’insicurezza o esperienze di bullismo, altre esperienze traumatiche, le dinamiche familiari disfunzionali.

Spesso ne sono affetti ragazzi brillanti, sensibili, con ottimi voti a scuola…almeno fino ad un certo punto, ma poi qualcosa si spezza e la porta si chiude.

Si tratta di una forma estrema di difesa dalla società, vissuta come fonte di dolore o fallimento. Tutto ciò comporta diverse conseguenze:

  • riduzione delle relazioni e delle frequentazioni sociali e scolastiche fino a rinchiudersi nella propria stanza
  • discontinuità scolastica\sportiva
  • cambiamenti comportamentali ed emotivi
  • sensazioni di disagio o di paura in presenza di altre persone.

Se tali condizioni perdurano nel tempo, quanto appena descritto potrebbe portare ad un declino della salute mentale, nonché ad avere difficoltà a reintegrarsi nella società. La famiglia ricopre un ruolo cruciale in questa situazione.

C’è chi si è chiuso da un giorno all’altro e chi gradualmente, non ci sono storie uguali. Ma ciò che unisce tutte queste storie è la solitudine dei genitori, che si ritrovano a dover gestire una realtà molto più grande di loro, perfettamente impreparati, giudicati e spesso abbandonati dalle istituzioni. E poi c’è la paura, che il figlio si perda, o che non riesca più a tornare indietro o che addirittura non sia “normale”. Ogni giorno, stando solo all’Italia, centinaia di famiglie affrontano la stessa battaglia silenziosa.

È fondamentale cercare un aiuto professionale, supportare la famiglia, creare un ambiente domestico sereno e promuovere una riattivazione graduale degli interessi, spesso partendo da modalità online o domiciliari, per poi reinserirsi nella società reale.

Nessuna porta rimarrà chiusa per sempre, basta trovare la chiave giusta.


2 risposte a “Quando la stanza diventa l’unico rifugio dove ci si sente protetti…”

  1. Avatar Luciana Giusto
    Luciana Giusto

    Ho questo problema con mio figlio Simone che ha 19 anni ma è da un un po’ di anni che si è chiuso in se stesso

    1. Avatar Dott.ssa Adele Cola

      Buongiorno, immagino la sua preoccupazione in merito. Ci si sente inermi davanti a queste situazioni, un supporto psicologico potrebbe aiutare suo figlio a tirar fuori le sue paure, insicurezze. Intanto cerchi un punto di incontro con lui, un dialogo che non lo faccia sentire solo. Lei è lì fuori quella stanza….sono certa riuscirà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *